Copy writing for a campaign against alcohol abuse amongst adolescents
for Autonomous Province of Trento, Innovation & Education Department.
PROGETTO DI-VINO: “Giorgio, Alice e il sito delle meraviglie”*:
 
-Design and delivery of  an alternative campaign against alcohol abuse in adolescence given the results of a psycho-social research carried out by a team of experts of the University of Padova
-Project of a web site managed by two fictional adolescents:  creation and mastering
-Outlining of the personality of the adolescent characters according to the resulted adolescent profiles
-Lyrics & music for an adolescent-style, alcohol-related song (“LA VERITA’ DI UNA FERITA”).
-Short story about young people drinking habits and dangers of alcohol abuse (“A TUTTA BIRRA”).
 
 
S O N G  LYRICS
 
“La verità di una ferita”
mp3 here
Testo: Paoli Y.
( di cui: Rap: Paoli Y., Lavezzo E.)
Musica e arrangiamenti:
Lazzaretto M.,  Taccori N., Paoli Y.,  Rosenberg D.A.,  Lavezzo E.

STROFA 1.

Lo specchio rivela
Una ferita che
Non c’era.

Lo specchio rivela
Una ferita alla sua vita.

Voleva bere perché
Dentro il bicchiere
C’era la libertà,
sentirsi leggero, senza pensiero,
disinibito,
un po’ pazzo,
un gran mito.

 (PRE-RIT.)
Oh oh oh

STROFA 2.

Ora non sa
Chi è e che farà
Né dove, come piangerà.

Gli piaceva bere
Perché dentro il bicchiere
C’era la libertà
di sentirsi leggero, senza pensiero,
disinibito,
un po’ pazzo,
un mito.
Poi una gara in moto
Una caduta nel vuoto
E una ferita per tutta la vita.

(PRE-RIT.)

Fermarsi ora
o
Perdersi ancora…


RIT.
Per un bicchiere in più
Di stupidità
Il bicchiere dell’immortalità

BRIDGE

Non mi dire cosa fare,
Quanto bere,
Dove andare,
Vodka, birra
Ancora, in fretta
La mia moto non aspetta.

La strada corre sotto le ruote
L’alcol scorre al ritmo delle note
Vodka, birra, gin, daiquiri,
il cuore batte a mille giri
e poi all’improvviso
il grido
lo schianto
il fumo
il sangue
il bivio
il pianto.
Fine della corsa.
Verità di una ferita:
la libertà che ho voluto
ha imprigionato la mia vita.

RIT.
Per un bicchiere in più
Di stupidità…
Il bicchiere dell’immortalità.
Per un bicchiere in più di stupidità
il bicchiere dell’immortalità…
Progetto Di-vino_files/La%20verita%CC%80%20di%20una%20ferita_YP.mp3shapeimage_2_link_0
 
SHORT STORY A tutta birra.
 
 
Non fu difficile trovare dove fosse la festa: la massa di motorini che invadeva il marciapiedi ne era un segnale inequivocabile. Paolo legò il suo motorino nuovo fiammante, mentre Giorgio, attaccato al citofono, avvertiva del loro arrivo. La musica usciva  a tutto volume dalle finestre del secondo piano. “Chi è?” “Paolo e Giorgio” “Secondo piano, scala di sinistra.”. L’inconfondibile rumore elettrico avvertì che il portone del palazzo era stato aperto.
 
Si conoscevano da quattro anni, ed erano inseparabili. Non che fossero sempre stati così. All’inizio avevano avuto dei buoni rapporti tra normali compagni di classe, nulla di più. Tutto era cambiato all’inizio della terza media, quando il padre di Paolo era rimasto stroncato da un infarto. Giorgio aveva incominciato ad invitare Paolo a casa sua. Paolo aveva poi ricambiato l’invito. E nel giro di qualche mese erano diventati l’uno l’ombra dell’altro. Ora, vicini di banco, frequentavano la prima liceo scientifico. I compagni, molto originali, li avevano soprannominati Gianni e Pinotto. In effetti la loro era una curiosa alchimia: Paolo era estroverso, istrionico, esuberante, carismatico; Giorgio, all’opposto, era introverso, timido, posato. Eppure, erano uniti come due fratelli.
 
Quando varcarono la soglia, una ragazza minuta dai lunghi capelli rossi, che non avevano mai visto prima di allora e che si era presentata come tale Alice cugina di Carlotta, li accolse consegnando loro due lattine di birra, atto obbligato che sanciva il loro ingresso ufficiale alla festa. “Cominciamo bene”, esclamò Paolo entusiasta, aprendo la lattina e ringraziando Alice con due bei baci schioccanti. “Già”, replicò Giorgio, ma meno convinto. Tutto si svolgeva in quello che doveva essere il salotto, e che adesso, più che altro, sembrava una pista da ballo riempita con divani e tappeti. I ragazzi, in mezzo ad una cappa densa di fumo che avrebbe provocato l’isteria di qualsiasi gestore di locali, si torcevano al ritmo  della musica che le casse dello stereo sparavano fuori a tutto volume. Sul tavolo in fondo alla stanza troneggiavano, in bella evidenza, le casse di birra, le numerose e colorate bottiglie, tanto di moda, e, soprattutto, i superalcolici, senza i quali una festa sembrerebbe non potersi dir tale.
 
“Mi raccomando, non fare troppo tardi” “Si, mamma” “E prudenza, eh, con quel motorino” “Sì, tranquilla” “E per l’amor del cielo, non bere, che non ho nessuna intenzione di ritrovarti dentro a un letto d’ospedale”. Queste erano le ultime parole che sua madre gli aveva gridato dal balcone prima che, in sella al suo mezzo, avviasse il motore e partisse verso casa di Giorgio. E a queste parole, con un sorriso sulle labbra, ripensava Paolo mentre tracannava il terzo bicchiere di vodka lemon. Ogni tanto si chiedeva se le mamme dei suoi amici fossero così rompipalle come la sua, che lo trattava ancora come un poppante in fasce. Ma che cavolo, aveva quasi quindici anni! E poi sempre tutte queste raccomandazioni, stai attento qui, stai attento là, non fare questo, non fare quello. Non capiva perché si dovesse sempre preoccupare così tanto. In fondo, non gli era mai successo nulla, e non vedeva perché gli sarebbe mai dovuto capitare qualcosa. Si sentiva come superman, ma senza il problema della criptonite. Anche se non sapeva volare.
 
Paolo era sicuramente ubriaco. Non ci volle molto a Giorgio per capirlo. Negli ultimi tre mesi non si ricordava un solo fine settimana in cui l’amico non avesse bevuto fino a far affogare i suoi neuroni nel mare spumeggiante e senza approdi dell’alcool. Non riusciva a capire perché lo facesse. Con ciò non voleva esprimere alcun tipo di giudizio. Anche a lui piaceva bere: considerava un bel boccale di birra fresca uno dei piccoli piaceri della vita da condividere insieme ai propri amici. Ma c’era modo e modo di bere. Paolo, più che altro, ingurgitava. Se proprio doveva dirla tutta, avrebbe dovuto essere lui, quello  timido, quello impacciato con le ragazze, quello che si sentiva sempre un passo indietro agli altri, ad imbottirsi di alcool come una botte, a farsi trasportare lasciando cadere ogni ritrosia, ogni inibizione, dimenticandosi della sua timidezza ed entrando almeno per una volta in empatia con tutto quanto il mondo. Già. Però poi, il giorno dopo, bisognava fare i conti con lo stomaco in subbuglio, il senso opprimente di nausea, la testa che sembra infilata dentro uno schiacciasassi, il bisogno impellente di acqua, l’intollerabilità anche ai più piccoli rumori. Una volta sola gli era capitato di dover sottostare a tutta questa trafila, e non voleva certo ripetere in futuro l’esperienza. Finì la sua birra e si gettò nelle danze.
 
La maggior parte degli invitati era su di giri. Le bottiglie, tristemente vuote, giacevano sparse per i divani. Qualcuno cercava inutilmente il proprio bicchiere di plastica. I più resistenti stavano svuotando le ultime lattine di birra rimaste. Un gruppetto, in circolo, faceva passare, religiosamente, una canna. Al secondo giro non erano neanche più in grado di tenerla in mano. I portacenere erano completamente ricoperti da montagne di mozziconi.
 
Una ragazza, sostenuta dalle amiche, riversava l’anima dentro alla tazza del cesso. Nell’altro bagno si svolgeva una scena che discostava dalla precedente solo per il fatto che il protagonista era un maschio che, probabilmente dai gusti più raffinati, aveva pensato bene di lasciar fermentare la sua intimità gastrica dentro al bidet. Giorgio, tra i pochi ancora in grado di intendere e di volere, se ne stava seduto per terra, con la schiena appoggiata ad un divano, a conversare con Sara, che sembrava piuttosto divertita dalle sue parole. E pensare che appena cinque minuti prima la stessa ragazza, inciampando nel grosso tappeto persiano che occupava tutto il parquet della sala, gli aveva riversato addosso un bicchiere intero di un qualcosa che, in modo piuttosto creativo, si era andato ad arenare sulla sua bella camicia bianca. “Non è che stiamo girando una di quelle pubblicità per alcolici così divertenti, vero?”, le domandò Giorgio, indicandole il gruppo di tre ragazzi (tra i quali, strano a dirsi, Paolo) che, ancora con una lattina di birra in mano, si dimenavano visibilmente alticci intorno a due signorine che, in uno stato non certo più sobrio, sembravano particolarmente apprezzare le movenze epilettiche dei loro compagni di danza. “Sai che hai ragione: è come se fossi davanti al televisore, con questa immagine che mi scorre sotto gli occhi!” “Eh sì, replicò Giorgio, peccato che non puoi cambiare canale”. Scoppiarono tutti e due a ridere. In quel momento gli sembrò tutto perfetto: la festa, gli amici, lei, con la sua coda di cavallo e i suoi occhi verdi verdi, lei, con quel sorriso e le fossette sulle guance. Se avesse potuto, avrebbe prolungato quell’istante eternamente, così, solo per poterla guardare fino alla fine dei giorni, fino all’ultimo secondo, e poi prolungare ancora quel secondo, e quei giorni, per sempre.
 
La vita non era meravigliosa?
 
Paolo era avvinghiato ad Alice. O meglio, era avvinghiato al suo fondoschiena. Lei aveva la testa appoggiata sulla sua spalla destra. Ormai in pista erano rimasti solamente loro due. Per la sala riecheggiavano le note di una canzone di Jennifer Lopez. Non era propriamente quello che si definisce un ‘lento’, ma a loro non importava proprio un bel niente. Paolo, più che altro, era preoccupato di avere un alito un po’ pesante. Quando beveva troppo, gli capitava spesso. In più, aveva anche fumato  come un turco, gli sembrava di avere un portacenere al posto della bocca e aveva lasciato a casa le immancabili mentine. Ma, più di tutto, sperava che l’alcool non gli facesse ripetere la figuraccia di due settimane prima. Si trovava in una discoteca e, come al solito, ci era andato pesante con il bere.  In fondo, aveva una certa immagine da rispettare, e l’alcool faceva parte del suo personaggio. Tanto più che con la pancia piena di birra, vodka e rum si era sempre più simpatici, più disinibiti, più trascinatori, più in pace col mondo e più liberi da tutti i piccoli problemi del quotidiano. Insomma, per farla breve, ad un certo punto aveva notato, seduta ad un tavolo a parlare con un’amica, una ragazza bellissima. Anzi, una delle ragazze più belle che mai avesse visto fino ad allora. Così, spinto anche dall’euforia alcolica, aveva deciso di andarci a provare. Si era appoggiato ad una colonna, esattamente davanti al tavolo delle due ragazze, e aveva incominciato a fissarle, con uno sguardo stile ‘bello, impossibile, maledetto e un po’ brillo. Lo aveva svegliato mezz’ora più tardi Giorgio che, se non fosse stato per il respiro non propriamente leggiadro, lo avrebbe potuto benissimo considerare come parte integrante dell’arredamento. Il racconto di quell’episodio era una fonte inesauribile di risate per i due amici, anche se Paolo si era fatto giurare più e più volte  da Giorgio di non raccontarlo mai a nessuno. Tutte queste preoccupazioni si volatilizzarono nel momento in cui la sua bocca andò dolcemente ad appoggiarsi sulle labbra di Alice. Non avrebbe potuto esserci serata più perfetta.
 
Il display del suo cellulare segnava l’una e un quarto. Un metro davanti a lui Paolo scendeva le scale attaccandosi saldamente al corrimano. “Cazzo, si muovono tutte!”, urlò, continuando la sua discesa. Giorgio sorrise. Domani avrebbe chiamato Sara. Si sarebbe svegliato, e l’avrebbe chiamata, subito, prima di ogni cosa, prima ancora di avere la forza e la voglia necessaria per alzarsi dal letto e aprire gli occhi ancora appesantiti dal sonno. I motorini, con loro grande soddisfazione, c’erano ancora. “Allora, te la sei fatta?”, gli domandò incuriosito Paolo, infilandosi in testa il casco. “Fatta chi?” “Ma dai, quella con cui hai parlato per tutta la festa!” “Ah, Sara…no, cioè, così, abbiamo fatto due chiacchiere…comunque ho il suo numero, domani…” “Insomma, non te la sei fatta: ti devo insegnare proprio tutto”, continuò Paolo, punzecchiando l’amico. Giorgio, fingendo di non aver sentito, slegò il suo scooter e, spingendo il tasto dell’avviamento elettrico, mise in moto. “Senti Paolo, visto che stasera non mi sembri particolarmente sobrio, non preferisci lasciare qua il tuo motorino? Ti porto a casa io, poi domani ti riaccompagno a recuperarlo” “Ma tu non sarai particolarmente sobrio: ti sei visto allo specchio? Comunque, cara la mia mammina, ce  ne vuole di alcool per stendermi a terra, non sono mica una fighetta! E chi arriva per ultimo è culo”. Così dicendo, aprì la manopola dell’acceleratore e partì. Giorgio non se lo fece ripetere due volte e si lanciò all’inseguimento. Al momento non gli sembrò la cosa più intelligente del mondo, soprattutto preso atto delle condizioni dell’amico. Ma in fondo, erano giovani, con tutta la vita davanti. Anzi, in sella al motorino, in quella serata magica, sulla strada deserta, in un silenzio rotto solo dal rumore delle loro marmitte e delle loro grida, Giorgio pensò che non erano solo giovani, ma immortali.
 
Successe tutto in uno schioccar di dita. La macchina, a velocità sostenuta, sbucò improvvisamente da destra. L’impatto fu inevitabile: Paolo, che non si era fermato allo stop, fu scaraventato in aria. Il casco, rimasto slacciato, si staccò dal suo capo. Prima che il lato sinistro della sua faccia andasse a sbattere con violenza su una delle vetture parcheggiate sul viale, riuscì per un istante a pensare a sua madre. Poi la notte calò improvvisa, e tutto fu silenzio.
 
“Dai, rispondi!”. Era la terza volta che lo chiamava. Finalmente, al settimo squillo, Paolo rispose.
“Ciao Giorgio”, ma il tono era piuttosto sommesso. “Ciao Paolo, che fatica riuscire a parlarti. Senti, questa sera ci si è dati appuntamento a casa di Elena…insomma, ci chiedevamo se eri dei nostri. C’è tutta la compagnia al completo, compreso quell’orso di Fede, che mette il naso fuori di casa solo per vedere se il mondo esiste ancora, e le due sorelle Tononi…ti ricordi, quelle che sembrano Paola e Chiara, piccoline, carine…cioè, insomma, niente di particolare, tanto per stare insieme e farci due risate e…così, per vedersi…”. Si avvertì uno sbuffo dall’altra parte del telefono, ma avrebbe potuto essere anche un singhiozzo. “Giorgio, ti ringrazio, ma …non me la sento. Salutami tutti. Vi chiamo io”. La conversazione era finita. Giorgio provò a fare il numero un’altra volta, ma dall’inconfondibile voce registrata capì che l’amico aveva spento il telefonino. Erano ormai passati cinque mesi dall’incidente, e in tutto questo tempo soltanto tre volte Paolo aveva risposto alle sue chiamate.
 
Giorgio era stato piuttosto fortunato, se l’era cavata solo con un braccio ingessato, che in pochi giorni era stato ricoperto dalle firme di rito. Aveva avuto ancora i riflessi necessari per frenare ed evitare l’impatto con l’automobile, anche se il suo scooter era slittato, e si era ritrovato per terra, tutto il cielo sopra di sé, e una fitta fortissima al polso. Non si ricordava molto, a dire il vero, era successo tutto in modo veloce e confuso. Si ricordava il dolore, certo, la fitta allo stomaco, le lacrime. E le sirene dell’ambulanza, con le loro luci azzurre che si rifrangevano sui muri delle case. Ma, soprattutto, il senso di disperazione che lo aveva colto al completo silenzio di Paolo. Quando più tardi, in ospedale, gli avevano detto che l’amico era in coma, era scoppiato a piangere. Anche tre settimane più tardi, quando gli avevano comunicato che Paolo aveva riaperto gli occhi, si era esibito in un pianto a dirotto, ma questa volta un pianto di gioia, liberatorio. Poi, però, Paolo aveva scoperto quali erano le sue condizioni attuali. E da allora non aveva più voluto vedere nessuno. Giorgio non si dava pace per quello che era successo. “Sei uno stupido, uno stupido, uno stupido!”. Non riusciva a capire come avesse permesso al suo migliore amico di guidare in quelle condizioni. Non riusciva a capire perché avesse accettato di mettersi a gareggiare a quell’ora, con i riflessi rallentati dall’alcool e dalla stanchezza. Non riusciva a capire la sua stupidità, ed era afflitto dal senso di colpa: senso di colpa per l’incidente; senso di colpa nei confronti di Paolo; senso di colpa verso la sua famiglia e la madre di Paolo; senso di colpa anche per il terzo coinvolto, l’automobilista, che si era schiantato contro un palo e ne era uscito miracolosamente indenne. Una cosa comunque l’aveva capita: avevano creduto di essere come gli dei dell’olimpo, giovani, belli, forti e immortali; invece, si erano ritrovati fragili e vulnerabili, castelli di sabbia pronti a franare al primo riflusso della marea. Si, avevano creduto di essere immortali. Ma l’immortalità non esiste. Nemmeno in un bicchiere.
 
Era la prima volta, dall’incidente, che Paolo si guardava dentro ad uno specchio. La prima volta in cinque mesi. Quando sua madre gli aveva detto che i dottori avevano dovuto estrargli l’occhio e gli aveva stretto forte la mano e lo aveva abbracciato ed era scoppiata in singhiozzi, non aveva versato neanche una lacrima, come se tutto quello che era successo lo avesse pietrificato, svuotato dal di dentro e prosciugato nel fondo dell’animo. “Purtroppo, a  seguito del trauma, abbiamo dovuto procedere alla enucleazione del bulbo oculare”.  Così si era espresso il chirurgo. “Abbiamo provato tutto il possibile, ma non ci rimaneva nessun’altra alternativa: l’infezione avrebbe potuto trasmettersi anche all’altro occhio, e portare alla cecità totale.”. Forse, sarebbe stato meglio. Si, non vederci più, per sempre, non vedere riflesso quello che la sua stupidità era riuscita a provocare. No, non si poteva neanche chiamare stupidità. Gli stupidi fanno cose stupide. Ma lui? Lui voleva solo vivere ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, voleva inebriarsi di vita, quella vita che, come esploratori in terre lontane, aveva incominciato a scoprire, ad amare, a volere, a sognare. Già. E allora perché quella notte, e le notti prima, e quelle prima ancora aveva lasciato scivolare lentamente la sua vita dentro ad un bicchiere? Perché si era lanciato in quella folle corsa che il buio della notte aveva coperto per sempre?  Perché, perché, perché? Se solo avesse potuto tornare indietro nel tempo, se solo gli fosse stata data questa possibilità, se solo tutto fosse tornato come prima. Ma il tempo avrebbe continuato imperturbabile il proprio cammino in avanti, portando con sé una ferita che prima non c’era. Una ferita cha andava oltre a quella che ora Paolo vedeva riflessa nello specchio, una ferita riflessa nella sua vita, per sempre.